Letteratura birraria #1 – “Il racconto della birra” di Matteo Zamorani Alzetta

“Il racconto della birra” è una lettura agile e interessante, un libro adatto sia ai neofiti che a chi dell’argomento già conosce parecchio, ma vuole arricchire il proprio bagaglio attraverso l’esperienza di un appassionato. Perchè proprio la passione profonda di Zamorani Alzetta è l’elemento che maggiormente traspare e caratterizza questo libro, il quale tratta sia la storia della nostra bevanda preferita, sia il fenomeno dell’homebrewing e della diffusione della birra artigianale in Italia, senza tralasciare un interessante capitolo sugli stili birrari. Proprio da quest’ultimo è tratto il passaggio che vado a riportare, e che ovviamente concerne lo stile Russian Imperial Stout:

“[L’Imperial Stout] si potrebbe considerare un caso estremo e celebre della tipologia precedente [Foreign Extra Stout]: è infatti una birra elaborata nel XVIII secolo per sopportare il viaggio nel Mare del Nord fino al Baltico e arrivare a San Pietroburgo per allietare la corte imperiale russa. Anche qui si racconta una leggenda: la zarina Caterina II era una grande bevitrice di birra scura inglese, solo che – a causa della rigidità del clima – il liquido spesso ghiacciava spaccando le bottiglie e le botti. Per ovviare al l’inconveniente i birrai inglesi produssero una Stout estremamente alcolica e, per bilanciare tutto quel malto, aggiunsero anche una robusta luppolatura. Anche questa storia, però, non corrisponde al vero: la Russia importava effettivamente molta birra inglese, ma non esclusivamente nelle tipologie più forti, perchè – nonostante il freddo – la birra nel viaggio non ghiacciava. É vero piuttosto che una bevanda così forte fosse gradita per contrastare i rigori dell’inverno: in ogni caso furono i gusti della clientela russa – e non solo le necessità di trasporto – a determinare le caratteristiche formidabili di questo tipo di birra.
Come è ovvio dalle premesse, quello delle Imperial Russian Stout è uno degli stili più ricchi di personalità: i sentori che si possono cogliere vanno da quelli di torrefazione al fruttato, che deriva dagli esteri (sostanze, caratterizzate da intense fragranze di frutta, che si formano dalla reazione tra gli alcoli e gli acidi organici) sviluppati nella fermentazione di una birra così forte, ai toni terrosi dei luppoli inglesi. Dati gli alti costi di produzione, la tipologia soffrì molto nel corso del XX secolo e rischiò quasi di scomparire: per molti decenni era proposta da due soli produttori, Courage e Samuel Smith’s, oggigiorno è invece una delle specialità in cui si cimentano molti birrifici artigianali di scuola anglo-americana. Una Imperial Stout che si rispetti non può titolare meno di 8% abv, lo stile è uno di quelli in cui è maggiormente applicata la tecnica del congelamento che permette di raggiungere gradazioni da distillato.
Se in questo caso specifico l’aggettivo Imperial è giustificato dalla sua destinazione alla corte imperiale russa, di recente però questa etichetta è stata applicata a birre di vari stili, per indicarne una versione più forte: la cosiddetta «imperializzazione». Negli ultimi anni sono fiorite innumerevoli varianti imperiali, comprese alcune quantomeno incongrue, tanto che, nel mondo degli appassionati, si sono levate alcune voci disperate che chiedevano di smetterla. Anche se, a ben vedere, negli annunci commerciali britannici della prima metà del XIX secolo l’aggettivo imperial era utilizzato per molte tipologie, la maggior parte delle quali non avevano nulla a che vedere con la Russia.

Tratto da Il racconto della birra, di Matteo Zamorani Alzetta con Giovanni Bruno, edito nel 2014 da Vallardi Editore. Pagine 138-139.

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